Storia della Birra in Italia

In Italia, fino a metà Ottocento la birra è stata un prodotto di consumo limitato a pochi appassionati; infatti, era del tutto estranea alla tradizione locale, fin dall’antichità legata al consumo di vino. La produzione di birra risultava, quindi, limitata a laboratori artigianali, con produzioni discontinue e spesso legate ad impieghi  temporanei e locali. Le birre di qualità, destinate ad un pubblico raffinato, erano in genere importate dal Nord Europa,  in prevalenza dall’Austria.

 

Antico stabilimento di birra del Nord Europa

Le prime esperienze imprenditoriali di rilievo per la produzione di birra in Italia appaiono a metà Ottocento, ad opera di industriali d’oltralpe tra cui Wuhrer, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch, Von Wunster, che cercavano nuove opportunità di mercato. Il fiorire progressivo dell’economia e dell’industria in Italia contagiò anche il settore della birra: nel 1890 si potevano contare sul territorio nazionale  circa 140 unità produttive, capaci di una produzione approssimativamente stimata in 160.000 hL.

Nell’arco di un ventennio la produzione italiana quadruplicò e, complice l’abbassamento dei prezzi di mercato, si svilupparono anche le importazioni. La birra entrò così a far parte dell’uso comune, diffondendosi capillarmente nei mercati, anche tra le fasce sociali meno abbienti.

Il periodo bellico della Prima Guerra Mondiale segnò una battuta d’arresto delle produzioni, anche per la carenza delle materie prime,  malto e luppolo in primis, che dovevano essere reperite sul mercato estero. Alla ripresa seguita al termine del conflitto, le fabbriche attive erano solo più una sessantina, ma la capacità produttiva superava il milione di ettolitri.  Il mercato assunse un trend di continua crescita: nel 1925, la produzione raggiunse 1.569.000 hL e l’importazione  si attestò a circa 30.000 hL. I consumi procapite salirono a circa tre litri e mezzo.
La situazione di mercato consentì il rafforzamento di grandi realtà industriali, come la Wuhrer di Brescia, la Dreher di Trieste, la Paskowski di Firenze e Roma, le Birrerie Meridionali di Napoli di proprietà della famiglia Peroni, la Pedavena di Feltre, la Poretti di Iduno Olona, la Moretti di Udine, la Wunster di Bergamo.

La legge Marescalchi, emanata nel 1927 per ragioni di politica agricola, impose ai birrai l’impiego di una quantità minima del 15% di riso nella miscela dei cereali.

 

L’on. Arturo Marescalchi  

Contemporaneamente vennero aumentate le imposte di produzione, sia a livello nazionale, sia comunale, e venne regolamentata la vendita dietro apposita autorizzazione. Queste misure, a difesa del mercato del vino, portarono ad una esponenziale diminuzione delle vendite, a causa dell’inevitabile incremento dei prezzi al consumo.

Nel 1930 la produzione crollò a poco più di mezzo milione di ettolitri, molte fabbriche  fallirono e le restanti 45 furono ridotte proporzionalmente. Nell’arco di alcuni anni, attraverso una azione concordata fra i più lungimiranti ed intraprendenti industriali birrari, si realizzò una riorganizzazione del mercato, delle unità produttive e della concorrenza, che consentì alle imprese sopravvissute di rafforzarsi e superare la crisi.

Dopo una fase di lenta crescita delle produzioni, la Seconda Guerra Mondiale portò ad una nuova prolungata fase di arresto delle industrie birrarie.

Vecchia fotografia di bar – birreria italiano

La ricostruzione e l’incipiente boom economico post-bellico diedero nuovo slancio al settore della birra, tanto che  nel 1950 le produzioni ritornarono a superare 1,5 milioni di hL.

A partire dagli anni Sessanta, con lo sviluppo della moderna distribuzione organizzata e l’avvento della GDO, la birra diventò a tutti gli effetti un prodotto di uso comune. Nel 1975 la produzione si attestava ad otto milioni di ettolitri, con oltre 570.000 hL di importazione:  il consumo pro-capite sfiorava i sedici litri.  Il 1975 fu però un anno di svolta: infatti, il futuro fu segnato da una diminuzione di mercato di oltre il 20%, anche a causa di un considerevole aumento delle accise di produzione imposte dal Legislatore nazionale.

La fase di ripresa si fece attendere, ma seppur lenta, portò ad un nuovo record di consumi, pari a circa 28 litri pro-capite nel 2010.

Gli stabilimenti industriali sul territorio italiano, appartenenti per lo più a multinazionali,  sono attualmente 18 e impiegano oltre 3.500 dipendenti. Da notare la proliferazione nell’ultimo ventennio di numerosi microbirrifici e brewpub, che rappresentano una realtà non da sottovalutare in termini economici, ma soprattutto in ottica prospettica per la capacità di qualificazione dell’immagine della birra connessa a tali produzioni di nicchia.