Guinness

Tratto da La birra nel mondo, Volume II, di Antonio Mennella-Meligrana Editore

Dublino/Irlanda
Quella che oggi è la Divisione Guinness, leader mondiale nel segmento stout, del gruppo Diageo ha alle spalle una storia molto lunga.
Nel 1670 Giles Mee stipulò col Consiglio Municipale un contratto di affitto che gli consentiva di attingere acqua all’acquedotto della parrocchia di St. James’s Gate, a Dublino. Tale diritto passò in seguito a sir Mark Rainsford, consigliere comunale che documenti del 1693 citano anche come proprietario di un birrificio.
Nel 1715 Rainsford diede in affitto la fabbrica alla famiglia Espinasse che però, nel 1759, cessò l’attività.
A sua volta, Arthur Guinness nacque nel 1725 vicino a Celbridge, nella contea di Kildare, dove suo padre, Richard, era l’amministratore dei possedimenti terrieri di Arthur Price, arcivescovo di Cashel. Tra i compiti di Richard, c’era anche quello di occuparsi della produzione di birra per i lavoratori della tenuta: è probabile quindi che il figlio maggiore, Arthur, abbia appreso proprio dal padre i primi rudimenti dell’arte brassicola.
L’arcivescovo, padrino di Arthur, gli lasciò 100 sterline per testamento e, con quel denaro, il giovane aprì, nel 1756, un piccolo birrificio vicino a Leixlip. Tre anni dopo, all’età di 34 anni, Arthur lasciò il birrificio a suo fratello e partì in cerca di fortuna alla volta della Capitale.
Stabilitosi nel sobborgo di St. James’s Gate, Arthur Guinness non si lasciò sfuggire l’occasione di prendere in affitto a prezzo stracciato (45 sterline all’anno e per la durata di 9000 anni) l’impianto in disuso e mal equipaggiato di Rainsford. Un birrificio ovvero che si estendeva su circa un ettaro e mezzo di terreno e comprendeva un bollitore, una vasca, una macina, due malterie, stalle per 12 cavalli e un deposito per un massimo di 200 tonnellate di fieno. Inoltre, a quel tempo l’industria birraria, a Dublino, era in crisi perché la birra inglese era meno tassata rispetto a quella locale. Ma il giovane Guinness non si scoraggiò.
Il primo dicembre entrò a far parte della Corporazione dei mastri birrai di Dublino; dopo soli otto anni, ne era a capo, e lo sarà fino alla morte.
Nel 1769 esportò sei barili e mezzo di birra in Gran Bretagna.
Nel 1775 la Corporazione di Dublino provò a fargli pagare l’accesso all’acqua inviando lo sceriffo con un drappello di uomini pronti a tagliargli il rifornimento. Ma Arthur era un uomo determinato, soprattutto nella difesa dei propri diritti: l’affitto del birrificio gli garantiva libero accesso all’acquedotto. Sicché, senza pensarci due volte, afferrò uno dei picconi branditi dagli uomini e minacciò di accoppare il primo che avesse osato togliergli l’acqua. Fatto sta che la vinse lui.
All’epoca il mercato locale offriva soltanto ale chiare, ossia nello stile di Dublino. E la Guinness aveva iniziato la produzione appunto con esse. Soltanto nel 1778, come risulta dal libro delle tasse, mise in vendita per la prima volta una birra scura e più forte, come quella degli scaricatori di porto londinesi, ossia la porter, che cominciava ad arrivare dall’Inghilterra.
Nel 1794 la scura di Dublino era ormai famosa nella stessa Londra, come testimonia l’illustrazione di una rivista in cui un uomo beve porter accanto a un barile con l’etichetta Guinness.
Nel 1799 Arthur prese l’epocale decisione di smettere la produzione di ale per concentrarsi sulle porter. E assunse alcuni membri della famiglia Purser, che avevano prodotto porter a Londra fin dagli anni Settanta e che in seguito, per diversi anni, saranno consoci del birrificio.
In un primo momento ne furono fabbricate solo due: la Town Porter (diciamo classica) e la Superior Porter (divenuta in seguito Extra Stout Porter). Nel 1801 nacque invece la West India Porter, che ispirerà decenni dopo la Foreign Extra Stout, destinata alle colonie britanniche, pertanto più forte e maggiormente luppolizzata da poter sopportare i lunghi viaggi per mare.
Per il resto dei suoi anni, Arthur Guinness non si limitò a gestire il birrificio, coadiudato da tre dei suoi figli (ne aveva avuto 21 dalla moglie Olivia Whitmore, un’ereditiera). Si dedicò anche alla vita pubblica: sovrintendente dell’ospedale di Meath e segretario dell’Ordine caritatevole dei Friendly Brithers of St Patrick. Fu addirittura mastro birraio del Castello di Dublino, la sede del governo irlandese.
Quando morì, nel 1803, lasciò una considerevole fortuna personale (circa 23 mila sterline) e un’azienda estremamente florida che crescerà sempre di più per l’intraprendenza e lo spirito di iniziativa delle successive generazioni dei Guinness.
Nel 1815, quella della Guinness (l’azienda era ora nelle mani di Arthur II, Benjamin e William Lunell, rispettivamente, secondo, quarto e quinto figlio del fondatore), passava già per una birra carismatica: un dragone dell’esercito irlandese, rimasto ferito nella battaglia di Waterloo, attribuiva a un bicchiere della Extra Stout Porter il merito di aver contribuito “più di ogni altra cosa” alla propria guarigione.
Il sistema d’imposizione fiscale dell’epoca in Irlanda, basato sul contenuto di malto della birra e non sul tenore alcolico, suggerì ad Arthur II l’idea di sperimentare l’orzo torrefatto al posto del malto. Fu una trovata geniale: la birra così realizzata aveva un singolare gusto bruciato, amaro e asciutto. Perfezionata e immessa nel mercato con il nome semplificato, la Extra Stout si rivelò negli anni ‘20 del secolo XIX la carta vincente con cui la Guinness assurse a maggiore impresa birraria irlandese.
C’è però da richiamare, a proposito del particolare “procedimento stout di tostatura”, un lontano evento storico. Il 2 settembre del 1666 ebbe inizio “il grande incendio di Londra”, che devastò gran parte della città. Il re Carlo II Stuart decise di usare comunque l’orzo bruciacchiato per la fabbricazione della birra. E fu il primo ad assaggiarla prima di ordinarne la distribuzione gratuita perché il popolo familiarizzasse col nuovo sapore.
Con la morte di Benjamin, nel 1826, e di William Lunell, nel 1842, l’attività si concentrò nelle mani di Arthur II, che morì, a sua volta, nel 1855. Intanto, nel 1940, erano nate la Single Stout e la Double Stout, quelle stout leggere che avrebbero soppiantato le stout porter o stouter (“porter robuste”).
Divenuto dopo circa tre anni unico proprietario dell’impresa, Benjamin Lee, terzo figlio di Arthur II, poté esprimere liberamente tutta la propria capacità imprenditoriale. Ampliò lo stabilimento e avviò quella rete commerciale globale che avrebbe fatto raggiungere alla birra Guinness ogni angolo della terra. Nel 1858 accordò a McMullen la concessione di vendita a New York. Nel 1869, un anno dopo la sua morte, i fratelli Speakman di Melbourne iniziarono la commercializzazione in Australia della Guinness.
Benjamin Lee aveva lasciato l’azienda in eredità ai figli Arthur III e Edward Cecil, rispettivamente, il primo e il terzo. Nel 1876 Arthur vendette la sua quota al fratello che, due anni dopo, costruì di sana pianta un moderno reparto per la fase centrale di lavorazione della birra.
Nel 1886 Edward vendette il 65% delle quote societarie alla borsa di Londra, diventandone presidente.
Sul finire dell’800 la produzione sfiorava i 2 milioni di ettolitri, un mare di stout che invadeva i mercati di tutto il mondo. E tutto ciò senza effettuare alcuna attività promozionale! Si rese addirittura necessaria una deviazione della linea ferroviaria verso la fabbrica, per favorire la partenza della merce.
Nel 1900 la Guinness operava schemi di assistenza sociale senza precedenti per i suoi 5 mila dipendenti. Oltre alla proprietà originariamente locata, aveva acquistato la maggior parte degli edifici nella zona circostante, per abitazioni appunto dei dipendenti e gli uffici associati con la fabbrica.
Nel 1914 era il più grande birrificio al mondo. Produceva 2 milioni 652 mila barili di birra all’anno, più del doppio rispetto alla concorrente più vicina, la Bass, e forniva oltre il 10% del totale del mercato britannico della birra.
Il primo conflitto mondiale si rivelò addirittura un avvenimento positivo. Mentre infatti il Regno Unito pativa i provvedimenti legislativi sul risparmio energetico, l’Irlanda poteva tranquillamente continuare la torrefazione dell’orzo: e la Guinness conquistò il mercato inglese. La cosa le consentì anche di superare agevolmente la crisi statunitense del proibizionismo.
Nel 1932, all’inizio della guerra commerciale anglo-irlandese, la Guinness dovette spostare la sua sede centrale a Londra. E, per soddisfare la crescente domanda inglese, nel 1936 aprì un secondo stabilimento, a Londra appunto, a Park Royal. Nel 1952 operò la distinzione tra le due società, per la produzione in Irlanda e in Gran Bretagna.
Gli anni Cinquanta portarono una vera rivoluzione produttiva: la sostituzione dei tradizionali fusti in legno con nuovi di acciaio inox, definitiva dal 1963. Nel 1958 cominciarono gli esperimenti che, l’anno successivo, consentirono il lancio della Guinness Draught. Un’opportuna pubblicità aiutò a convincere anche i bevitori più tradizionalisti che la “nuova” birra, spinata da un unico fusto, era buona quanto la “vecchia”, miscelata al momento da tre fusti differenti (la entire ovvero, da cui era nata appunto la porter londinese).
Dal momento che gli affari maggiori ruotavano ancora intorno alla stouter, la Guinness, per incontrare il gradimento mondiale di tale birra, creò nel tempo parecchie varianti sia inerenti alla gradazione alcolica sia al tipo di contenitore utilizzato; con alcune di esse destinate a rimanere in produzione solo per periodi di tempo limitati. Ma non si fermò qui. Potendo contare su un gruppo di aziende rilevate, con fabbriche sparse in diverse località dell’Irlanda, sempre negli anni Cinquanta, ritornò alla produzione di ale tipicamente irlandesi. E oggi quasi tutti i produttori nazionali di questa tipologia sono sotto il suo controllo.
Nel 1959, per celebrare il bicentenario della fondazione, elaborò la prima lager, commercializzata l’anno dopo con il marchio Harp, che richiama il famoso logo della società in cui compare l’arpa celtica. Veniva così introdotta in Irlanda la tipologia di bassa fermentazione che avrebbe alla fine, tramite appunto la Guinness, consentito alla Anheuser-Busch di produrre il proprio marchio anche nell’isola britannica.
Superfluo sottolineare che la Guinness fu anche una delle prime società birrarie ad acquistare fama internazionale, grazie alle esportazioni. Abbiamo già parlato dell’avvio di quella rete commerciale globale operato nel 1858 da Benjamin Lee Guinness. Adesso l’export era diventato addirittura una scelta obbligata. Il mercato interno era saturo da tempo e la Guinness, un’azienda nata in un piccolo paese, poteva alla fin dei conti fare affidamento su un unico stile distinto come prodotto principale.
Sicuramente, oltre alla qualità e al carisma della birra nera, contribuì alla diffusione anche l’emigrazione di massa della popolazione irlandese che si portava dietro l’irrinunziabile stout. Fatto sta che nel 1959, anno del bicentenario, il 60% della produzione dello stabilimento di Dublino prendeva la strada per l’estero.
Ebbe quindi inizio la costruzione di fabbriche di birra in varie parti del mondo per la produzione diretta sul posto: in Nigeria (1962), Malesia (1965), Camerun (1970) e Ghana (1971). A queste succursali, tennero dietro tante licenze per produzioni locali, dal Nordamerica all’Australia. Nei Caraibi, cominciò la produzione su licenza della Guinness Stout la Central Village Brewery di Spanish Town, in Giamaica; oggi, sempre su licenza, la Windward & Leeward Brewery di Saint Lucia, di proprietà della Heineken, fabbrica la Guinness Foreign Extra Stout.
Nel 1970, in seguito al calo delle vendite, venne apportato un miglioramento alla Guinness Extra Stout, per renderla meno forte e quindi più facilmente bevibile. Fu ovvero ridotta la densità primitiva e si cominciò a utilizzate malto chiaro ed estratto isomerizzato di luppolo.
Nel 1973 la Guinness cessò la produzione della sua specialità, la stout porter; e, nel 1981, rilanciò il marchio Extra Stout.
Nel 1986 la Guinness comprò la molto più grande Distillers Company e si fuse con essa.
Nel 1992, con l’estinzione della famiglia Guinness, l’azienda finì interamente in mani estranee.
Dal 1997, dalla fusione della Guinness con la Grand Metropolitan, nacque la multinazionale Diageo.
Prima che finisse il secolo, la fabbrica di Dublino si presentava come una città nella città, con la propria centrale elettrica, una rete ferroviaria interna, una moltitudine di persone che avevano finalmente un lavoro decente e sicuro.
Nel 2005, adeguatamente potenziato, lo storico stabilimento di St. James’s Gate di Dublino assorbì anche la produzione per il mercato del Regno Unito. La birreria di Park Royal, peraltro in una felicissima posizione della capitale, venne trasformata in uffici per gli oltre mille dipendenti del gruppo Diageo. Una decisione determinata da esigenze di logistica produttiva; ma che fu, insieme, un gradito ritorno a casa per una birra considerata in tutto il mondo il simbolo dell’Irlanda.
Nel 2007 Diageo annunziò la decisione di chiudere la fabbrica di St. James Gate per passare in un nuovo stabilimento di periferia; ma s’imbatté nel veto del Dublin City Council (l’autorità responsabile del governo locale nella città di Dublino). Pertanto, l’anno successivo, decise addirittura di ristrutturare la gloriosa St. James Gate Brewery e di costruire una nuova fabbrica nei pressi di Dublino, dopo la chiusura delle birrerie Kilkenny e Dundalk.
È invece del 2017 l’accordo esclusivo della durata di cinque anni con la AB InBev per la distribuzione della Guinness in Cina dove si verifica un inarrestabile aumento delle vendite.
Diageo
Multinazionale, con la sede principale a Londra, costituita nel 1997 dalla fusione della Guinness e della Grand Metropolitan (società inglese di hotel, pub, casino e centri vacanze). Ha uffici in circa 80 paesi e vende i suoi prodotti in oltre 180 paesi.
Diageo è un nome di fantasia creato dalla società di consulenza di branding Wolff Olins. È composto dalla parola latina dia (“giorno”) e dal prefissoide greco geo- (“globo terrestre”, “mondo”), per intendere “una società che ogni giorno dà piacere a tutto il mondo”.
Dopo la fusione del 1997, la strategia del gruppo fu di focalizzarsi sul settore alcolici. Pertanto cedette tutte le attività estranee provenienti dalla GrandMet.
Sicché oggi la Diageo produce principalmente liquori (vodka, whisky scozzesi e canadesi, gin, rum, bourbon), ma anche birra (Guinness, Kilkenny, Smithwick’s, Harp Lager, Red Stripe ) e vino (principalmente per i mercati nord-americano e nord-europeo).
Nell’ambito del gruppo, la Guinness costituisce un’entità separata: oltre a detenere il 51% della fabbrica di birra, ha mantenuto i suoi marchi e continua a commercializzare i prodotti col nome tradizionale Guinness.
Anche la Cruzcampo di Siviglia era passata nel gruppo Diageo; ma, alla fine, fu ceduta alla Heineken. Mentre venne poi costituita la joint venture (Brandhouse) con la Heineken e la Namibia Breweries (della Namibia appunto) per la commercializzazione in comune dei propri marchi nel mercato del Sudafrica letteralmente dominato dalla SAB.
Riconoscimento del prodotto
La Guinness è stata uno dei primi produttori a stampare e fornire etichette ai suoi imbottigliatori, a evitare che passassero per Guinness altre birre scure. Ciò continuò fino al 1862, quando Benjamin Lee, terzo figlio di Arthur II, registrò il marchio Guinness adottando, in omaggio alla tradizione irlandese e alla sua musica, l’etichetta color cuoio con il disegno stilizzato di un’arpa celtica. E, a tutt’oggi, i simboli eterni della celebre birreria di Dublino sono rimasti gli stessi: l’arpa, l’oro e la firma del fondatore.
Pubblicità
La vendita del prodotto Guinness si era sempre basata sul passaparola. Ma, di fronte al calo delle vendite, dal 1930 ebbe inizio una lunga storia delle campagne di marketing, dalla pubblicità televisiva ai sottobicchieri e ai manifesti, dalla vendita di vestiti e accessori raffiguranti il logotipo della Guinness alle bottiglie sigillate contenenti documenti e gettate nell’Oceano Atlantico (alcune si ritrovano ancora oggi nel Texas e nei paesi dell’America Centrale e Meridionale).
Celebri sono le campagne con gli animali (tucano, leone, struzzo) create dall’artista John Gilroy tra il 1930 e il 1940; nonché i vari slogan, come ad esempio “Lovely Day for a Guinness” o “Guinness is Good For You”, che accompagnavano queste pubblicità. Molti dei più noti Guinness spot televisivi degli anni 1970 e 1980 furono creati dal regista inglese Len Fulford. Mentre l’ambito sportivo prescelto è il rugby.
Guinness Storehouse
La Guinness Storehouse (che letteralmente vuol dire “magazzino” o “deposito”) è situata nel cuore della St. Jame’s Gate Brewery ed è la prima attrazione in Irlanda per numero di visitatori internazionali. Dalla sua apertura, nel novembre del 2000, ha attratto più di 4 milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo.
La costruzione di questo edificio di sette piani, la cui struttura è sostenuta da travi in ferro, fu completata nel 1904. Originariamente era il luogo in cui avveniva il processo di fermentazione.
All’interno, è presente un enorme lucernaio a forma di pinta che, come si trova scritto all’ingresso al piano terra, “se fosse riempita, conterrebbe 14,3 milioni di pinte di Guinness!”.
Al settimo piano invece è situato il The Gravity Bar, dal quale si può godere di una vista a 360 gradi su Dublino. Ai visitatori viene offerta una pinta di Guinness.
Guinness dei primati
Il Guinness World Records (“Guinnes dei Primati”), il terzo libro più venduto al mondo (dopo la Bibbia e il Corano), raccoglie tutti i record del mondo, da quelli naturali a quelli umani, a quelli più originali. Ha l’uscita annuale, dal 1955. In Italia, è edito dalla Mondadori.
L’idea di collezionare ogni possibile tipo di primato venne a sir Hugh Beaver (direttore e poi amministratore delegato della Guinness) il 4 maggio 1951, durante il ricevimento che seguì a una battuta di caccia. Osservando, Beaver, come alcuni pivieri dorati fossero riusciti a fuggire grazie alla loro velocità, nacque tra gli astanti una discussione tesa a definire se il piviere dorato fosse o meno l’uccello più veloce esistente in Europa.
Sir Hugh ritenne allora che discussioni del genere dovessero essere più frequenti, ed ebbe l’idea di creare un libro dove chiunque potesse soddisfare la propria curiosità in ambito di record. Affidò quindi la stesura della prima edizione del Guinness dei primati ai gemelli Ross e Norris McWhirter, specialisti di record di atletica.
Il libro uscì il 27 agosto 1955, con un successo immediato. E la pubblicazione continua ancora, nonostante la scomparsa dei McWhirter e nonostante che, dal 2002, il libro e la Guinness non siano più associati. Tuttavia i nuovi editori hanno deciso di mantenere il nome per consolidare i legami col passato, mentre la Guinness non ha protestato perché lo ha visto come un modo vantaggioso di farsi pubblicità senza essere sponsor del libro.
Salute
Nel 2003, la AHA (American Heart Association), un’organizzazione statunitense non profit che si occupa di ridurre le morti causate da problemi cardiaci e ictus, annunciò che le sostanze antiossidanti contenute nella Guinness possono rallentare il deposito del colesterolo nelle arterie, e quindi allontanare il rischio di malattie cardiovascolari.
Prodotti
Oggi la Guinness non è più la più grande fabbrica di birra al mondo, ma il più grande produttore al mondo di stou. E da non sottovalutare il fatto che ha costruito un “impero” usando esclusivamente i propri impianti. Comunque, con una produzione di circa 17 milioni di ettolitri annui, figura al 17° posto tra i produttori mondiali, con una quota di mercato dello 0,8%.
A dispetto dei cali di consumo degli ultimi tempi, la sua, è la birra più consumata in Irlanda. Seguono la Gran Bretagna, la Nigeria (dove la Guinness possiede quattro fabbriche), gli USA.
La produzione della Guinness avviene in quasi 50 paesi ed è disponibile in più di 120. Il 40% viene realizzato in Africa. Così come accade per gli altri paesi esteri, la Guinness spedisce i suoi estratti per il mondo, dove vengono mescolati con birre locali per ottenere il prodotto finito.
Ma com’è questa birra estera? L’aspetto, i profumi, i sapori, su per giù, sono quelli della Guinness; ma i puristi sostengono, che man mano che ci si allontani da Dublino, meno la birra è buona.
Caratteristiche della Guinness
Quelle della Guinness, sono tipiche birre da pub, ovvero “da compagnia”. L’azienda quindi ha intelligentemente pensato di sfruttare questa peculiarità creando una vera e propria famiglia di locali etnici irlandesi, gli Irish Pub Guinness. Ne esistono diverse tipologie, rigidamente codificate: Country, Shop, Birrario, Vittoriano. E, poiché nella strategia promozionale il binomio “musica & birra” è legato indissolubilmente all’immagine della casa dublinese, viene dato ampio spazio alla musica, dalle celebrazioni al suono della crotta dei bardi all’ultimo rock.
Le Guinness, si sa, offrono il meglio di sé degustate alla spina, con quella irresistibile cresta di schiuma cremosa e persistente che delizia gli occhi e col netto aroma di orzo tostato che intriga l’olfatto. In Irlanda poi… risultano semplicemente fantastiche. L’alto consumo, con il conseguente smaltimento veloce dei fusti, permette di fare a meno della pastorizzazione, il che è tutto dire.
Nel corso degli anni anche nel paese d’origine qualcosa è inevitabilmente cambiato: fossero stati vivi, i vecchi irlandesi avrebbero rimpianto quell’intensità fruttata, terrosa dei loro bei tempi andati. Ma oggi è quanto offre il “convento”, a cui peraltro il consumatore si è docilmente assuefatto. In ogni modo, i prodotti della Guinness sono senz’altro i più secchi e complessi della tipologia.
La stout infine di casa Guinness dovrebbe essere una sola. In realtà ne esistono almeno una ventina di versioni. Il carattere e la gradazione variano a seconda del luogo di produzione e del mercato di destinazione. Superfluo sottolineare che la stout più fedele all’originale, con spiccata secchezza di quercia, è la Extra Stout venduta in Irlanda e nel Regno Unito, condizionata in bottiglia e con gradazione alcolica del 4,2%.
La Draught alla spina e in lattina commercializzata in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, e anche in Irlanda, può essere simile, non possiede però la medesima complessità, a parte il fatto che la schiuma viene creata dall’azoto. La Guinness in bottiglia esportata negli Stati Uniti è invece più forte (g.a. 6%); certe versioni vendute in alcuni paesi europei o tropicali arrivano addirittura a 7,5-8 gradi.
Quindi le Guinness più alcoliche sono quelle destinate all’estero, in parte miscelate con stout molto mature. L’azienda dublinese esporta anche versioni concentrate di stout mature da miscelare con stout prodotte altrove, così che rimangano inalterati il gusto e il colore originari. Stranamente i tipi di Guinness più dolci e più forti riscuotono particolare successo nei paesi africani e caraibici.
Guinness Draught, ovvero dry stout, una delle più riuscite marche di birra. Essa si può trovare in qualche altra parte del mondo, ma solo in Irlanda costituisce il tipo principale di birra in commercio. Anche in Gran Bretagna continua la tradizione delle stout, ma con una notevole differenza. Quelle inglesi sono dolci e rappresentano una specialità poco diffusa, le irlandesi sono secche e vengono consumate come bevanda giornaliera. Più della metà della birra bevuta in Irlanda è dry stout; per il resto si tratta della caratteristica ale rossastra (una qualità regionale minore) e di una lager normale. Le ale irlandesi sono invece decisamente dolci. La dry stout non è solo una birra scura: per il suo gusto di orzo tostato e l’intenso tenore di luppolo rappresenta uno stile vero e proprio, e dei più notevoli. Per molti anni una parte della bevanda è stata affinata per dare un sapore lattico tagliente, mentre la Guinness si rifiuta di confermare se ciò si verifichi ancora. Il procedimento di produzione e fermentazione dura circa 10 giorni. Quindi la birra viene filtrata e pastorizzata. Per il mercato irlandese non è invece prevista la pastorizzazione. Per quanto riguarda gli ingredienti, ai canonici quattro, viene aggiunto, per circa il 10%, l’orzo tostato, che conferisce alla birra il colore scuro e il caratteristico sapore. L’acqua invece proviene, in parte, dal Lady’s Well (pozzo, nelle Wicklow Mountains, dedicato alla Vergine Maria); e, in Irlanda, solo i distributori ufficiali Guinness servono alla spina la varietà prodotta con quest’acqua. L’altra acqua, di origine per lo più olandese, non favorisce la stessa corposità della birra e l’identica cremosità della schiuma. Nonostante poi la birra si presenti scura, di un tipico nero opaco, il suo colore è ufficialmente noto come ruby red “rosso rubino”. La gradazione alcolica varia da 4,1 a 4,3%, a seconda di dove avviene la produzione. La carbonazione è bassa. La bella schiuma marroncina, cremosa, densa come la panna, e persistente, viene creata artificialmente, usando il carboazoto nella spillatura. Il forte aroma, quasi pungente, è quello dell’orzo tostato amaro, con sentori di caffè, caramello, cioccolato, e qualche accenno terroso, di pane nero, noci, biscotti, tabacco, liquirizia. Il corpo, da leggero a medio, si distende delicato, morbido, vellutato. La consistenza appare cremosa, ma anche un po’ acquosa. Il caratteristico sapore amaro da orzo tostato è bilanciato alla perfezione dalla dolcezza del malto. E, con tale equilibrio gustativo, si contraddistingue la Guinness: amara ma cremosa, con note fruttate, di caffè, cioccolato amaro, caramello, anche di cicoria; e non senza una fresca punta di acidità in prossimità del traguardo. Il retrolfatto si propone piacevolmente amarognolo. A differenza di altre birre alla spina, che impiegano solo anidrice carbonica come propellente, la Guinness sfrutta una miscela formata al 30% da anidrice carbonica e al 70% da azoto. E, non disperdendosi nel liquido, l’azoto rende la Guinness una birra “ferma”, con meno bollicine e la caratteristica schiuma compatta. Per i locali con problemi di spazio o che non possono permettersi grossi investimenti oppure hanno una scarsa rotazione del prodotto, nel 2006 la Guinness inventò il Surger. Questo semplice ma ingegnoso apparato invia un’onda sonora che fa scaturire una schiuma abbondante e attraente, come quella che esce dal fusto, grazie alla separazione tra le molecole di birra e di carboazoto. Da precisare però che questo comodissimo espediente, già due anni prima, aveva avuto un notevole successo in Giappone. Nel 1989 invece la Guinness, dopo una ricerca di mercato durata cinque anni, aveva lanciato la versione in lattina, per consentire il consumo della birra a casa come se venisse servita nel pub. Il floating widget è una biglia perforata posizionata al centro della lattina che si aziona all’apertura della linguetta rilasciando azoto: e la birra ritrova nel bicchiere la sua inseparabile schiuma cremosa. Da annotare che la versione in lattina, pur contenendo i canonici 33 cl di birra, ha in realtà un volume interno maggiore per il dispositivo inserito; inoltre risente troppo della pastorizzazione per essere paragonabile alla birra spillata. Anche in bottiglia si può trovare un meccanismo analogo. Si tratta di un piccolo oggetto a forma di “razzetto” con delle alette ai lati, inserito in fase di produzione. Le sfere usate nella lattina invece non hanno bisogno di alette, perché inserite quando la lattina non ha ancora il coperchio. La temperatura ideale di servizio della Guinness è intorno ai 6 °C. Il bicchiere, da una o mezza pinta, ha il design a campana rovesciata. La “pinta perfetta” di Guinness deve essere spillata in due tempi, operazione che richiede precisamente 119,53 secondi. Dapprima si riempie il bicchiere per circa i tre quarti a 45° rispetto allo spillatore e avendo cura che il suo becco tocchi con il vetro interno del bicchiere. Quindi si lascia riposare per qualche minuto e infine si riempie del tutto il bicchiere tenendolo, questa volta, perpendicolare e distante dallo spillatore in modo da creare la caratteristica schiuma. La schiuma, molto densa, deve essere cremosa, unta, e rimanere sino alla fine. Si consiglia, a proposito, di segnare le proprie iniziali o disegnare un trifoglio sulla superficie della schiuma e controllare se se ne vedono ancora le tracce dell’ultima sorsata. In Irlanda si sente talvolta parlare di Guinness “ferrosa”, per la consuetudine di berla dopo aver immesso nel bicchiere colmo un ferro rovente.
Guinness Extra Stout, dry stout di colore nero opaco con una tonalità rossa (g.a. 5%); conosciuta anche come Guinness Original. Prodotta in conformità al Reinheitsgebot, questa versione è destinata al mercato europeo continentale. Il solito orzo tostato qui è sostituito dal malto torrefatto. Inevitabilmente, il carattere originale del prodotto risulta stravolto, anche se ben camuffato dall’ottima fattura. La carbonazione appare piuttosto aggressiva; la spuma si versa densa, cremosa e stabile. L’acuto aroma di malto torrefatto e caramello bruciato non sovrasta gli emergenti sentori fruttati, di pane, zucchero candito, terra, caffè. Il corpo, tra sottile e medio, ha una tessitura leggermente oleosa. La consistenza gustativa risulta notevole, con un amarore piuttosto marcato, ma reso piacevole da note fruttate e di caramello, stemperate da una punta di acidità. Il corto finale si esprime con un’asciuttezza pulita di tostature, preannunciando la discreta persistenza retrolfattiva amarognola conferita dal luppolo.
Guinness Foreign Extra Stout, foreign extra stout di colore nero impenetrabile (g.a. 7,5%). È la versione destinata all’esportazione oltreoceano, originariamente prodotta per le colonie inglesi. Ottenuta per parziale miscelatura con una stout particolarmente matura, rifermenta in bottiglia, acquistando un grado alcolico più elevato e gusto molto deciso. Con una morbida effervescenza, la schiuma, di un nocciola cupo, viene fuori consistente e cremosa. Nel leggero aroma di malto si percepiscono non sgradevoli sensazioni aspre. Il corpo, medio-pieno, presenta una consistenza molto cremosa. Il gusto, gagliardo e corposo, scorre in una secchezza amarognola delicatamente riscaldata dall’etanolo. Il finale arriva moderatamente acido, e si dilunga abbastanza senza però aggredire. Dal retrolfatto si levano lunghe suggestioni di legno, caffè, liquirizia, cacao in polvere, tostature. Da non dimenticare che la gradazione alcolica di questa birra varia a seconda della destinazione.
Guinness Red, irish red ale (g.a. 4,1%); variante rosso carico della Draught, nata nel 2008. All’inizio fu distribuita soltanto nella regione centrale della Gran Bretagna. Elaborata con orzo leggermente tostato, presenta anche un gusto più equilibrato tra il dolce e l’amaro (ovvero più dolce e armonioso). La carbonazione appare alquanto bassa; la schiuma, di un bianco sporco, ricca, cremosa e duratura. All’olfatto, si esibiscono sentori non esaltanti, però freschi e puliti, di malto biscotto, caramello, vaniglia, noce moscata. Il corpo, molto leggero, presenta una trama liscia e cremosa. Il gusto, fruttato all’attacco, continua la sua corsa morbida tra note burrose e dolceamare. Il finale è tutto del malto. Una buona, invitante, secchezza terrosa caratterizza il retrolfatto di un’ottima bevanda dissetante.
Guinness Special Export (Belgian version), export stout di colore marrone scuro con riflessi rossi (g.a. 8%). Distribuita in Belgio su licenza da John Martin nel 1912, nel 1930 fu la prima varietà di Guinness a essere pastorizzata. Oggi è la versione speciale in bottiglia per Belgio, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi, prodotta in Irlanda per John Martin. Con una carbonazione alquanto vivace, la spuma beige erompe minuta, cremosa e di ottima ritenzione. L’aroma è molto debole, ma complesso, con gradevoli sentori di malto tostato, cioccolato, frutta scura, fumo, caffè, legno, caramello, liquirizia. Il corpo, medio-pieno, ha una consistenza tra cremosa e oleosa. Il gusto può essere definito semplicemente fantastico, con rievocazione delle sensazioni avvertite al naso in perfetto equilibrio tra il dolce e l’amaro. Nel finale compare una calda nota di frutta sotto spirito. Lunghe impressioni di malti tostati amarognoli animano il retrolfatto.
Kaliber, lager analcolica di colore giallo dorato (g.a. 0,05%); senz’altro, nella sua tipologia, una delle migliori presenti sul mercato internazionale. L’alcol viene rimosso alla fine del processo di fermentazione. La carbonazione è forte e pungente; la spuma, compatta e durevole, anche se non risulta del tutto regolare. L’aroma si libera con la dolcezza del malto, e qualche labile accenno sciropposo, vegetale, di mais, uva passa. Il corpo è da definire medio più che leggero, nella sua trama acquosa. Il gusto evidenzia uno straordinario equilibrio amabile-secco, con delicate note di caramello e grano arrostito. Il finale agrodolce reca un residuo di malto, e si stempera nel discreto retrolfatto segnato da un amarore erbaceo a malapena astringente.
Le due nuove etichette, lanciate nel 2014, si rifanno a documenti dei secoli XVIII e XIX. La mossa s’inserisce in una nuova strategia dell’azienda, che punta ad allargare il proprio portfolio, ma con produzioni artigianali, in evidente concorrenza con i microbirrifici che guadagnano sempre più terreno. E la tinteggiatura “craft” non è solo marketing: le new entry sono frutto di un impianto pilota, nuovo esso stesso, installato all’interno dello stabilimento di Dublino e parte integrante di un programma denominato Brewers Project. È la dimostrazione inconfutabile che la Guinness è entrata in una nuova era. Le etichette confermano la tesi: semplici e pulite, ma con un look inequivocabilmente old faschion. Ritorniamo ovvero con la memoria ai tempi in cui i proprietari dei pub imbottigliavano la Guinnes con l’etichetta fornita dal produttore.
Guinness Dublin Porter, porter di un profondo marrone scuro con riflessi mogano (g.a. 3,8%); disponibile, oltre che in bottiglia, anche in barilotto. La porter più tradizionale, sebbene storicamente questo stile sia associato più a Londra che non a Dublino. Si rifà a una ricetta del 1796, quando la porter era la birra della working class (“i facchini portuali”). Una reinterpretazione con gradazione alcolica più leggera, luppolizzazione più blanda, processo di maturazione più breve: per un palato moderno insomma. Con una carbonazione abbastanza bassa, la schiuma beige fuoriesce sottile, cremosa, di sufficiente tenuta. L’elevata intensità olfattiva appare di gradevole finezza, con i suoi sentori di orzo torrefatto, polvere di cacao, noci, toffee, caffè tostato, sciroppo di mais, frutta scura; e accenni di luppolo e caramello. Il corpo è molto sottile e di consistenza acquosa. Il gusto defluisce pieno e vivace, tra morbide note di cioccolato, con il generoso supporto di malto tostato, zucchero di canna, luppolo fresco, caramello, grano bruciato, erbe aromatiche. Il finale si rivela un po’ oleoso e amaro. Dal discreto retrolfatto esalano delicate impressioni terrose e di caffè tostato.
Guinness West Indies Porter, porter di colore nero con sfumature rubino (g.a. 6%); in bottiglia, filtrata. Si ispira a una ricetta del 1801, quando era la birra preferita di avventurieri, capitani e uomini d’affari in viaggio per i Caraibi e oltre. Una birra che doveva resistere cinque/sei settimane per mare, quindi aveva bisogno di un contenuto superiore di luppolo e di una gradazione alcolica maggiore per mantenere la freschezza. Oggi, chiaramente, le cose sono cambiate; ma solo per quanto riguarda il procedimento di produzione, che non ha più bisogno degli accorgimenti di allora. Con un’effervescenza moderata, la schiuma beige, abbondante e cremosa, mostra una durata media. L’olfatto è ricco e complesso, con una miriade di profumi che s’intrecciano armonicamente, senza che nessuno cerchi di prendere il sopravvento sugli altri: dal cioccolato fondente al caffè, dal caramello bruciato all’orzo torrefatto, dall’uva passa alla liquirizia, dalla nocciola alla mela; e non senza qualche caldo tono di alcol. Il corpo, medio-leggero, presenta una tessitura alquanto oleosa. Anche il gusto propone una certa complessità, nella sua gradevole e appetitosa pienezza. La “musica” è quasi identica a quella avvertita al naso, ma si percepisce una lieve granulosità; la secchezza che conquista terreno man mano sfocia in una punta di acidità. Il finale cerca di richiamare il luppolo; ma nella lunga persistenza retrolfattiva sono in agguato sensazioni cioccolatose, di uva passa, caffè, malto tostato.
Birrifici rilevati e chiusi.
Smithwick’s/Kilkenny

La più antica fabbrica di birra del Paese, fondata nel 1710 da John Smithwick presso l’abbazia di St. Francis del 1231. Inglobate nell’immenso stabilimento, le vecchie mura dell’abbazia sono tuttora ben conservate.
Dopo il 2000, la fabbrica, che aveva preso il nome dal fondatore, fu ribattezzata St. Francis Abbey Brewery. Passata però nel 1965 di proprietà della Guinness, fu chiusa nel 2013; mentre una parte veniva destinata a centro visitatori, Smithwick’s Experience Kilkenny.
Smithwick’s Ale, irish red ale di colore castano rossiccio (g.a. 5%). Nel 1998 fu migliorata la ritenzione della schiuma e ridisegnata la bottiglia. Classico esempio di ale irlandese, è la più venduta alla spina e destinata principalmente al mercato interno. Con una moderata effervescenza, la schiuma, color crema, non abbonda ma è di buona durata e allacciatura. L’aroma si libera con sentori di caramello, malto torrefatto, frutta secca, toffee, nocciola, vaniglia. Il corpo, medio-leggero, ha una consistenza cremosa piuttosto appiccicosa. Il gusto, delicatamente impresso dal malto, reca gradevoli note fruttate, con un tocco di amarore a reggere il notevole equilibrio. Il finale arriva croccante e brusco, spianando la strada a un lungo retrolfatto dalle morbide impressioni di nocciolato.
Kilkenny, irish ale di colore ambrato rossastro carico (g.a. 4,3%). È una vera premium, la cui produzione iniziò nel 1978 e con destinazione estera. Dal 1995 viene venduta anche in Irlanda e in Gran Bretagna. La versione alla spina è più leggera. Elaborata secondo la più rigorosa tradizione irlandese e scozzese, con uso misurato di luppolo e un lievito particolare, ha carattere quasi burroso, ma caldo e gradevole. L’effervescenza è moderata, con una schiuma cremosa e compatta di media tenuta. L’aroma si apre morbido e intenso, dai dominanti profumi fruttati che lasciano alitare sentori di caramello e di liquirizia. Il corpo rotondo, di trama un po’ acquosa, sostiene un delicato gusto di malto con venature fruttate. Il finale esprime un’armoniosa complessità: note speziate che si amalgamano in una singolare impressione di burro fuso. Il retrolfatto, quasi evanescente, è di un secco amarognolo.
Macardle Moore Brewery/Dundalk
Nacque nel 1850 dalla fusione di due vecchie fabbriche di birra, McAllisters e Wynne. Entrata a far parte della Guinness alla fine del 1960, la sua classica fabbrica vittoriana finì per essere chiusa nel 2000, diventando un parco commerciale. Era nota per la produzione di ale irlandesi un po’ più scure e più secche.
Macardle’s Ale, irish red ale di colore rosso intenso (g.a. 4%). L’effervescenza è piuttosto bassa; la schiuma biancastra, non ricca e di breve durata. L’aroma di luppolo risente sensibilmente l’intensità del malto, del caramello, dei frutti di bosco, del legno, anche di un lontano richiamo di menta. Il corpo, da leggero a medio, presenta una consistenza tra grassa e acquosa. Il gusto inizia con un morbido fruttato per evolversi, durante una corsa regolare, in note asciutte e amare. Il finale, abbastanza pulito, rievoca labilmente la frutta. A sua volta, il retrolfatto si esprime con suggestioni amarognole di caramello bruciato.
Great Northern Brewery/Dundalk
Un’altra delle birrerie del gruppo Guinness, nata nel 1846. Si trovava di fronte alla Macardle ed era la seconda più grande fabbrica di birra irlandese, dopo la Guinness. Alla fine del 1950 fu rilevata dalla Smithwick’s per passare, poi, alla Guinness. Aveva sempre prodotto stout e ale. Nel 1960 però la Guinness la destinò alla produzione della Harp Lager. In capo a un anno, questa birra diventò un marchio affermato in tutta l’Irlanda e, l’anno ancora dopo, conquistò anche la Gran Bretagna. Ciò portò a dover ampliare la fabbrica. Ma, nel 2015, la sua produzione passò a Dublino, e la fabbrica divenne distilleria della Irish Whiskey Company.
Harp Export Lager, premium lager di colore giallo intenso (g.a. 5%). Lanciata nel 1960, dopo un anno era un marchio affermarto in tutta l’Irlanda. Nel 1962 già “furoreggiava” in Gran Bretagna. Birra di grande spicco, ha vinto per ben tre vole, a Bruxelles, il premio internazionale Gold Medal of Excellence. La versione destinata al Regno Unito è più leggera (g.a. 4,3%), di effervescenza piana e con gusto neutro che impressiona scarsamente il palato. Viene elaborata con orzo distico e mais e contiene un agente stabilizzante per la spuma. Il nome deriva dal logo irlandese della società nel quale compare un’arpa celtica. Con una carbonazione abbastanza vivace, la schiuma emerge densa, cremosa, ma non così persistente. L’aroma erbaceo, con accenni di malto dolce, si spande alquanto pungente. Il corpo, medio-leggero, ha una consistenza acquosa, di carezzevole effervescenza. Il gusto, inizialmente di malto, prende via via note lievi ma costanti di luppolo che apportano una rinfrescante piacevolezza. Il finale arriva secco, e si perde nell’invitante dolceamaro del retrolfatto.